Red, Orange, Tan and Purple

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terra e fantasia

mercoledì 26 maggio 2010

La Ragnatela

La ragnatela è una fiera dedicata ai prodotti ecocompatibili.
Si svolge in scenari da fiaba come le pendici del Vesuvio o il lago d‘Averno, armonicamente immersi nella natura.
Dal 2008 ogni mese mette in contatto le realtà campane che sognano uno stile di vita alternativo a quello che sta portando alla catastrofe ambientale.
Aggirandosi tra gli stand si può entrare in contatto con prodotti che conoscono solo le sostanze chimiche provenienti dai cicli degli elementi. Le stesse che hanno consentito e perfezionato la loro evoluzione. Pesticidi, erbicidi, anticrittogamici, non sono indesiderati, sono banditi.
La ragnatela è cibo per patrizi a prezzi da plebei.
Ha lo scopo di dare bio-alternative concrete in qualsiasi ambito della nostra vita, dal cibo all’architettura passando per il tessile, creando un luogo in cui si possano contemporaneamente concretizzare soluzioni immaginifiche.
E’ possibile acquistare consapevolmente, parlare con chi coltiva direttamente ciò che mangeremo. Per partecipare alla ragnatela queste persone mettono a disposizione una scheda di autocertificazione in cui sono descritte le caratteristiche di ciascun prodotto esposto, le tecniche di coltivazione/realizzazione utilizzate, le caratteristiche del terreno, la provenienza dei semi e l'indicazione del prezzo sorgente .
Sono presenti prodotti in via di estinzione come antichi grani saraceni o prugne altrimenti introvabili, prodotti tipici, endemici, zonali.
L’offerta ha caratteristiche diverse da quella della grande distribuzione, potrete acquistare cibo di stagione ed a chilometro zero, il meglio se cerchiamo vitamine ed antiossidanti, risparmiando sul prezzo grazie alla filiera corta ed agli scec.
Per quanto riguarda le carni ed i salumi sarà palese al primo assaggio che si sta gustando qualcosa di pregiato, fuori dal comune, grazie alla libertà di movimento di cui hanno goduto gli animali cresciuti con sistemi di allevamento etici.
Qualsiasi varietà orticola è germogliata e cresciuta in orti sinergici, coltivazioni biologiche, difesa dall’attacco degli afidi dalle coccinelle, non dagli insetticidi.
Alla prova del palato così sono in grado di nutrire svelando l’essenza dei sapori.
E’ un evento a rifiuti zero: i partecipanti utilizzano solo stoviglie portate da casa o offerte dagli organizzatori, comunque lavabili.
Gli unici bicchieri che assomigliano a quelli di plastica sono in realtà formati da polimeri biodegradabili derivanti da amido di mais.
Sulla rete è possibile rintracciare tutte le informazioni che vi servono grazie ad un blog: http://ragnatela.noblogs.org/ , (con annessa mailing list) luogo ideale per lo scambio di idee e per il lancio di nuove proposte,( in pieno stile web 2.0)
Recarsi alla ragnatela può significare intrecciare relazioni umane perché hai dei posti liberi in auto e tramite internet ci si organizza perché qualcuno possa approfittarne. Un semplice uso delle moderne tecnologie che da solo sarebbe in grado di dimezzare le problematiche del traffico se diffuso su scala cittadina o regionale.
Lo scambio di semi e piantine è lo strumento che conserva la biodiversità ampliando l’habitat di specie rare.
Tra le attività che si svolgono durante i giorni del raduno, la realizzazione di orti sinergici ed i corsi di cucina.
In una atmosfera del genere l’arte attecchisce rapidamente in tutte le sue forme: il suono tradizionale dei mandolini si alterna a quello dei mixer che dispensano funk, ovunque sono esposti quadri e sculture, le proiezioni ed i seminari sono imperdibili.
Vengono prodotti opere teatrali e films dedicati alla attuale situazione ambientale.
Per evitare che in tempi rapidi l’acqua si inquini tutta si impara a rispettarla utilizzando detergenti naturali.
Il raduno è raggiunto da carovane di ciclisti che partono anche da decine di chilometri di distanza pur di esserci. E riequilibrano i sali minerali bevendo tisane di equiseto.
Siete tutti invitati. Presentando questa rivista alla prossima ragnatela riceverete gratuitamente un piatto di pasta. Rigorosamente bio!

Le Transition Town

Il petrolio è la principale fonte energetica nella nostra società.
Tuttavia dopo più di un secolo di sfruttamento intensivo la sua estrazione richiede investimenti sempre maggiori.
Secondo gli analisti proprio in questi anni stiamo raggiungendo il peak oil: la data che segna la maggiore velocità di estrazione, che sarà seguita dal declino delle scorte di greggio.
In risposta a questa crisi globale nel sud dell’Inghilterra sono nate le Transition Town.
Nelle città di transizione si vive facendo finta che il petrolio sia già finito!
Si tratta di un movimento partito dal basso, sviluppatosi a rete ed estesosi fino ad avere influenze sui centri di potere politico locale.
L’obbiettivo è avere abbastanza peso da trasformare le idee della transizione verso un mondo senza petrolio in leggi statali ad ispirazione ecologista.
Un giro in auto a Totnes, capofila delle transition town, colpisce profondamente per vari motivi: per chilometri le strade sono affiancate da siepi alte più di due metri e larghe altrettanto che hanno lo scopo di imprigionare i gas di scarico; di tanto in tanto, in questo muro di foglie, si aprono degli squarci che lasciano intravedere intere vallate coltivate recuperando gli antichi saperi di contadini che facevano a meno degli ausili della chimica.
Non è raro che ad attraversare la strada siano volpi bianche, indicatori di eccellenza ambientale.
Nelle strade del centro campeggiano rigogliosi alberi da frutta, simbolo dell’abitudine a consumare a chilometro zero, politica, questa, alimentata grazie ad una miriade di orti cittadini.
L’illuminazione pubblica è accessoriata con laser che catturano il movimento. Si fa luce solo se è necessario.
L’interno delle abitazioni non è da meno. Compostaggio, riciclaggio, isolamento termico ed efficienza energetica sono parole d’ordine, mentre i rimedi della nonna come l’aceto diluito in acqua calda per pulire i pavimenti sono all’ordine del giorno.
Nei supermercati le buste di plastica sono bandite, essendo state sostituite già da tempo con borse di stoffa.
Inoltre i cittadini consociano le spese, utilizzano la stessa auto per i percorsi standardizzati come quello casa-lavoro ed investono i loro capitali in banche che garantiscono investimenti a lungo termine su riqualificazione ambientale ed eco tecnologie.
Ad oggi esiste una rete di cittadine in cui l’ecosostenibilità è diventata uno stile di vita.
Il loro messaggio è: fate come noi e fate presto, il petrolio è solo energia solare trasformata milioni di anni fa dalle piante, ma ai ritmi attuali finirà.
Una delle principali attività degli abitanti di una transition town è quella di diffondere informazioni organizzando convegni, dibattiti, proiezioni pubbliche. Dare un ruolo centrale all’educazione ambientale.
Far sapere a tutti che indossando vestiti più pesanti non c’è bisogno di utilizzare troppo il riscaldamento, che fare le scale a piedi fa bene alla salute di tutti, oltre che a quella del pianeta.
Solo informando sull’impatto che azioni apparentemente innocue hanno sull’ecosistema sarà possibile consentire la vita sulla Terra a nove miliardi di persone nel 2050 senza andare incontro a disastri ambientali.
Per vivere in armonia con la natura sarà necessario chiedere agli architetti di costruire secondo le direttive della bioarchitettura, studiare i movimenti del sole durante l’arco di tutto l’anno e capire a seconda del luogo quale è la migliore esposizione al sole possibile.
Sarà necessario far crescere una generazione di ingegneri in grado di rinnovare il parco auto dell’umanità e sostituirlo con vetture che viaggino a rinnovabili.
E’ questa la strada per il taglio delle emissioni; a Totnes si stanno organizzando.
Non vogliono diritti d’autore o riconoscimenti speciali, la strada verso la transizione è open source: tutti possono partecipare, ciascuno con le proprie competenze.
Da chi viaggia su un carro trainato da cavalli insieme a tutta la sua famiglia per andare a vendere mele biologiche nel paese vicino ci arriva un vero messaggio di speranza: Si può vivere a impatto zero, fate come noi.

giovedì 14 gennaio 2010

L'orto sinergico

L’orto sinergico

di Salvatore Allinoro


In chiave moderna l’agricoltura sinergica deve i natali alla agricoltrice spagnola Emilia Hazelip
A partire dagli anni ’60 del 900 i suoi studi hanno cercato di dimostrare l’inutilità e la dannosità delle pratiche agricole tradizionali e moderne.
La Hazelip partì dalla semplice osservazione che quando la natura è lasciata a se stessa è in grado di produrre frutti in abbondanza senza privare il suolo di quegli elementi che lo rendono fertile.
L’aratura invece sconvolgerebbe l’equilibrio biologico che si instaura tra piante e suolo consentendo l’ingresso all’ossigeno negli strati superiori del terreno e distruggendo i batteri responsabili della formazione di humus.
Le coltivazioni tradizionali inoltre creano una diminuzione progressiva della fertilità che rende necessario l’uso di concimi perché in presenza di una sola specie vengono setacciati gli elementi a lei utili fino all’esaurimento.
L’agricoltura proposta dalla Hazelip si propone di armonizzare la crescita delle piante in un contesto di grande biodiversità; ispirandosi a qualsiasi ecosistema deve essere in grado di rendere autonomo il ciclo di elementi chimici, facendo convivere specie con caratteristiche e funzioni diverse.
I suoi principi sono: non arare, non concimare, non usare pesticidi e diserbanti, creare biodiversità, pacciamare.
Per allestire un orto sinergico la terra viene smossa con una vanga a quattro denti.Scelte le aree da destinare alla semina, vengono lasciate tra di esse dei camminamenti utilizzati dall’agricoltore per muoversi e lavorare comodamente.
In questo modo la terra che viene seminata non sarà mai calpestata, ciò consente all’humus di arricchire la fertilità del suolo anno dopo anno.
La scelta delle geometrie che danno forma all’orto è affidata ad artisti in grado di rendere il colpo d’occhio che si ha guardando il campo attraente ed armonico. Un’operazione di design che migliora l’ambiente di lavoro per il contadino ed ottimizza le interazioni tra le piante.
Al momento della semina è fondamentale utilizzare le leguminose come scheletro portante dei bancali, per assicurarsi un costante apporto di azoto e poter arricchire l’orto con qualsiasi altra specie si desideri.
Le erbe spontanee che entrano in competizione con gli ortaggi vengono strappate a mano e col progredire della strutturazione dell’equilibrio tra le specie, negli anni, diventano un problema sempre meno pressante.
Il controllo dei parassiti avviene in modo rigorosamente biologico: insieme alle cultivar vengono piantati anche i fiori così da attirare gli insetti e garantire un ecosistema equilibrato dotato anche di predatori.
In ogni metro dell’orto sono coltivate almeno tre specie diverse come se le piante fossero protette da una barriera costituita da organismi con un DNA diverso in modo da impedire ad eventuali infezioni o parassiti di propagarsi liberamente.
Per l’innaffiatura viene utilizzato il metodo a goccia: un tubo perforato che segue i bancali per tutta la loro lunghezza e che consente contemporaneamente di risparmiare acqua e di evitare la eccessiva lisciviazione dei minerali.
L’ultima fase dell’allestimento consiste nel ricoprire il terreno di paglia, tale tecnica garantisce una fertilizzazione continua del suolo tramite una copertura organica permanente ed inoltre fa diminuire l’evaporazione, ottenendo un filtro termico in grado di trattenere al suolo il calore d’inverno e l’umidità in estate.
Una volta sviluppatosi, un orto sinergico assomiglia ad una stupenda siepe ricchissima di forme e colori, uno scorcio incontaminato in grado di offrire alimenti caratterizzati da un sapore indescrivibile ed una spiccata resistenza alle malattie.
Questo tipo di coltivazione è particolarmente adatto per rinverdire zone aride o bruciate e per combattere la desertificazione, un orto sinergico può svilupparsi anche nelle condizioni più difficili.
Nato per soddisfare l’autosufficienza delle piccole comunità, potrebbe trovare spazio in futuro come elemento centrale nelle strategie globali di transizione verso un pianeta libero dall’inquinamento da sostanze chimiche di origine agricola.

domenica 10 gennaio 2010

L'orto sinergico

In chiave moderna l’agricoltura sinergica deve i natali al microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka.
A partire dagli anni ’30 del 900 i suoi studi hanno cercato di dimostrare l’inutilità e la dannosità delle pratiche agricole tradizionali e moderne.
Fukuoka partì dalla semplice osservazione che quando la natura è lasciata a se stessa è in grado di produrre frutti in abbondanza senza privare il suolo di quegli elementi che lo rendono fertile.
L’aratura invece sconvolgerebbe l’equilibrio biologico che si instaura tra piante e suolo consentendo l’ingresso all’ossigeno negli strati superiori del terreno e distruggendo i batteri responsabili della formazione di humus.
Le coltivazioni tradizionali inoltre creano una diminuzione progressiva della fertilità che rende necessario l’uso di concimi perché in presenza di una sola specie vengono setacciati gli elementi a lei utili fino all’esaurimento.
L’agricoltura proposta da Fukuoka si propone di armonizzare la crescita delle piante in un contesto di grande biodiversità che ispirandosi a qualsiasi ecosistema sia in grado di rendere autonomo il ciclo di elementi chimici facendo convivere specie con caratteristiche e funzioni diverse.
I suoi principi sono: non arare, non concimare, non usare pesticidi e diserbanti, creare biodiversità.
Per allestire un orto sinergico la terra viene smossa senza rovesciare le zolle, poi vengono realizzati dei bancali rialzati alti 60 cm e larghi 120 lasciando tra di essi dei camminamenti utilizzati dall’agricoltore per muoversi e lavorare comodamente. In questo modo la terra che viene seminata non sarà mai calpestata, ciò consente all’humus di arricchire la fertilità del suolo anno dopo anno.
La scelta delle geometrie che danno forma all’orto è affidata ad artisti in grado di rendere il colpo d’occhio che si ha guardando il campo attraente ed armonico. Un’operazione di design che migliora l’ambiente di lavoro per il contadino ed ottimizza le interazioni tra le piante.
Al momento della semina è fondamentale utilizzare le leguminose come scheletro portante dei bancali per assicurarsi un costante apporto di azoto ma può essere coltivata qualsiasi specie si voglia.
Le erbacce vengono strappate a mano e col progredire della strutturazione dell’equilibrio tra le specie, negli anni, diventano un problema sempre meno pressante.
Il controllo dei parassiti avviene in modo rigorosamente biologico: insieme alle cultivar vengono piantati anche i fiori così da attirare gli insetti e garantire un ecosistema equilibrato dotato anche di predatori.
In ogni metro dell’orto sono coltivate almeno tre specie diverse come se le piante fossero protette da una barriera costituita da organismi con un DNA diverso in modo da impedire ad eventuali infezioni o parassiti di propagarsi liberamente.
Per l’innaffiatura viene utilizzato il metodo a goccia: un tubo perforato che segue i bancali per tutta la loro lunghezza e che consente contemporaneamente di risparmiare acqua e di evitare la eccessiva lisciviazione dei minerali.
L’ultima fase dell’allestimento consiste nel ricoprire il terreno di paglia così da ottenere una fertilizzazione continua del suolo tramite una copertura organica permanente ed inoltre far diminuire l’evaporazione ottenendo un filtro termico in grado di trattenere al suolo il calore d’inverno e l’umidità in estate.
Una volta sviluppatosi, un orto sinergico assomiglia ad una stupenda siepe ricchissima di forme e colori ed in grado di offrire alimenti caratterizzati da un sapore indescrivibile ed una spiccata resistenza alle malattie.
Questo tipo di coltivazione è particolarmente adatto per rinverdire zone aride o bruciate e per combattere la desertificazione, se i semi vengono avvolti in un letto di argilla e con l’aiuto di una manciata di compost un orto sinergico può svilupparsi anche nelle condizioni più difficili.
Nato per soddisfare l’autosufficienza delle piccole comunità potrebbe trovare spazio in futuro come elemento centrale nelle strategie globali di transizione verso un pianeta libero dall’inquinamento da sostanze chimiche di origine agricola.